Il Postmoderno Estemporaneo

Scritto da pirassic in Wednesday 18 June 2008 – 16:01 -

Firenze, Piazza della Repubblica, ora di pranzo del 18 Giugno 2008.

Secondo voi qual’è il messaggio intrinseco che l’anonimo ha voluto lasciare?

Il Postmoderno Estermporaneo


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La ragazza con i capelli strani - David Foster Wallace

Scritto da Kitiana in Friday 8 February 2008 – 14:58 -

Dopo Pynchon e De Lillo, maestri indiscussi del postmodernismo, approdiamo oggi a colui che ne è considerato la più fulgente promessa (in parte a dire il vero già mantenuta). Di David Foster Wallace, classe 1962, si parla come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea americana e non a caso.
Se non avete mai letto niente di lui io vi consiglierei di partire proprio da La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti di sicuro inferiore ad un romanzo mastodontico, ambizioso e stupefacente come Infinite Jest, ma sicuramente più digeribile.
Ebbene sì miei cari se vi è sembrato assurdo Pynchon non avvicinatevi a Wallace: è ancora più criptico e ingarbugliato, forse proprio perchè ancora più vicino alla contemporaneità che viviamo e quindi alla sua complessità e insensatezza (che mi pare aumentata esponenzialmente negli ultimi 20 anni).

Il borbottio della televisione del David Letterman Show, l’alienazione e le nevrosi della società, la sottile linea che separa la follia dalla normalità, la cultura pop e punk come risposta (inutile) al soffocamento del sistema: le tematiche care a DFW le ritroviamo tutte in questo libro, una sorta di manifesto della sua poetica che contiene in nuce le potenzialità dell’autore (mi viene in mente il Joyce di ‘The Dubliners’ rispetto a quello dell’Ulisse).

Nel disturbante racconto che dà il titolo alla raccolta seguiamo le peripezie di un giovane repubblicano psicopatico infiltrato in un gruppo di punk violenti e dissociati, per passare poi alla solitudine dei matematici di Harvard e allo squallore della politica americana in ‘Lyndon’, di cui consiglio la lettura a chi ancora sbava di invidia seguendo le primarie negli Usa (consiglio generale: per avvicinarsi all’essenza di un paese, al suo vero substrato, non bisogna leggere i giornali, i reportage o guardare la tv: basta leggere gli scrittori che produce).

DFW va letto con cura e dedizione, proprio per la maggiore difficoltà che richiede, ma una volta che ti conquista con la sua scrittura e le sua grande capacità evocativa è fatta. A me è capitato di non capire alcuni passaggi e alcune sfumature, proprio perchè è forse lo scrittore più calato nella sua realtà che io abbia letto e , dato che non sono americana, diventa più difficile avvicinarmi a lui. Wallace tocca i nervi scoperti della società, i suoi personaggi affogano di noia, disperazione e miseria stretti nel ruolo in cui vivono, nei risvolti di un mondo che sembra libero ma che incatena ciascuno ad un ben preciso stereotipo.

ps. poi troverò anche il coraggio di Infinite Jest :-)

TROVA LA DIFFERENZA! (E’ SEMPRE DAVID FOSTER WALLACE.. AH IL POTERE DELL’IMMAGINE )


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Don De Lillo - Underworld

Scritto da Kitiana in Monday 4 February 2008 – 17:26 -

Parlare di Don De Lillo è parlare della società contemporanea, di un mostro sacro della narrativa americana che è riuscito non solo ad intepretare le angosce e le contraddizioni ma ad anticipare le pulsioni sotteranee.
Osservate la copertina di Underworld
: le torri gemelle sullo sfondo avvolte in una nube di fumo, una croce davanti e un’aquila (l’America) che vola di lato. Non occorre essere un semiologo per capire la forza evocativa di un’immagine come questa. Il punto è che De Lillo scrisse il romanzo nel 1997, ben prima dell’11 settembre, e scelse lui stesso questa foto come copertina, imponendola agli editori di tutto il mondo. Inquietante, no?

Il capolavoro dello scrittore italoamericano cresciuto nel Bronx è l’affresco lungo 900 pagine di un’America che non ti aspetti. La palla del fuorigioco con cui nel 1953 Bobby Thomson regala la vittoria ai Giants è il file rouge che lega insieme le vite e i personaggi del romanzo e passando di mano in mano, attraverso le generazioni, ci trascina negli angoli più impensabili degli Usa.
Dalla storia del capo della Cia a quella Frank Sinatra, dalla povertà di un ragazzino di colore alla borghesia annoiata di un collezionista, la prosa onirica e avvincente di De Lillo ci mette davanti uno specchio in cui ognuno di noi inesorabilmente si riconosce.

Sullo sfondo la paura della bomba atomica, l’eterno complotto che si deve avverare (remember Pynchon?) e un’America multietnica che diventa globale, sempre più alla deriva, sommersa dai propri rifiuti.
Sono proprio i rifiuti il grande tema di fondo che De Lillo ci propone.
Noi non siamo più ciò che produciamo ma neppure cio che consumiamo: noi siamo i rifiuti che creiamo. Il legame tra il consumare e il produrre spazzatura è stretto tanto quanto quello tra consumare e esistere.
Questa società che crea soldi dai rifiuti, che ne fa persino delle opere d’arte è marcia alla base. La nuova ricchezza non può che produrre altra povertà, il bombardamento delle merci e delle immagini non può che farci sentire più soli.
C’è poco da aggiungere De Lillo è un grande profeta dei nostri giorni.
(Sebbene abbia trovato il suo ultimo libro Falling man piuttosto scialbo, ma d’altronde non sarebbe umano se riuscisse a rimanere sui livelli di Underworld in ogni opera. L’ispirazione gli scrittori non se la possono inventare, neppure quando sono dannatamente talentuosi come De Lillo).


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L’incanto del Lotto 49 - Thomas Pynchon

Scritto da Kitiana in Thursday 31 January 2008 – 19:43 -

Partiamo dall’abc del postmodernismo, da colui che in letteratura ne è considerato l’inventore: Thomas Pynchon. Personaggio non indifferente: di lui si sa pochissimo, non appare mai in pubblico e non rilascia foto. Pynchon ama infatti rivelarsi solo attraverso le sue opere che non a caso sono anch’esse intricati labirinti di parole e storie in cui però è esaltante smarrirsi.
Parliamo del suo secondo libro, quello che lo ha portato per primo agli onori della cronaca: L’incanto del Lotto 49. Un romanzo breve, perfetto nella sua costruzione, che ti cattura nel suo mistero e alla fine ti lascia con più domande che risposte.

Il lotto è la misteriosa eredità del miliardario californiano Pierce Inverarity, che ha nominato esecutorice testamentaria la donna con cui ha avuto una breve relazione, la giovane casalinga Oedipa Maas, moglie di un dj di una radio locale.
Nell’eredità si trova una collezione di strani francobolli: sono falsi e pagina dopo pagina Oedipa arriverà a scoprire che si tratta di un servizio postale parallelo a quello ufficiale chiamato Trystero.
Un complotto contro l’ordine costituito insomma, una sorta di leggenda metropolitana trasformatasi in realtà che getta la sua ombra persino sulle vicende politiche americane degli anni Sessanta. Oedipa potrebbe bollare il tutto come un brutto sogno e tornare alla sua vita normale, eppure deve andare avanti nella sua ricerca, anche se a tratti l’idea del complotto sembra solo il delirio di un paranoico, un castello di sabbia senza consistenza alcuna. E così anche noi che leggiamo siamo costretti a proseguire con lei, attendendo con ansia la parola definitiva su questa storia. Ma Pynchon non emette mai verdetti: lui semina solo inquietudini e così restiamo a domandarci quale fosse il messaggio nascosto dell’Incanto del Lotto 49.
Forse proprio l’importanza della comunicazione nella società contemporanea è la chiave di lettura di tutto il romanzo. I rimandi al mondo della comunicazione sono molteplici: la posta è il mezzo più antico degli uomini per mandarsi messaggi, il marito di Odeipa lavora in una radio, e d’altro canto possedere un mezzo di comunicazione occulto non è forse il primo passo per dominare la realtà?

In ogni caso amici razionalisti, rassegnatevi. Se siete persone a cui piace spiegare il mondo e vedere le cose ben distinte in bianco e nero lasciate pure perdere il postmodernismo. Pynchon, come DeLillo dopo di lui e molti altri, è uno scrittore che non regala nulla, a cui piace alludere e disilludere, disegnando meravigliosi arabeschi di personaggi, storie e vite.
Alla fine non possiamo che sederci per terra incantati a guardare i fili che si intrecciano e che danno vita al disegno. Ogni parte dell’arazzo è un piccolo capolavoro compiuto ma arrivare a penetrare il senso profondo di tutto il disegno è impossibile. Meglio lasciare che gli occhi rimangano stregati dalla sua bellezza nascosta.


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