Excellent Book Covers and Paperbacks

Scritto da logu in Wednesday 16 April 2008 – 18:48 -

Questo link vi porterà in un fantastico mondo: quello delle copertine di libri.
Chi tra quelli che hanno lavorato in grafica non ha sognato di poter essere l’autore di qualche copertina famosa che poi ritrovi on bella mostra in libreria?
Io qualche volta mi sono cimentato in questa attività e ammetto che non è facile.. dalle belle intenzioni ai fatti ci passa molto e spesso non è facile ottenere quello che si aveva in mente.
Equilibrio, efficacia, immediatezza, comunicazione.. tutto in un rettangolino.. molti scelgono i libri per la copertina..

Godetevi i bellissimi esempi..


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Finzioni - Jeorge Luis Borges

Scritto da Kitiana in Saturday 15 March 2008 – 18:46 -

Un labirinto di specchi, un enigma, un sogno impastato di nebbia. Questa è la realtà per Jeorge Luis Borges e la letteratura è solo un ponte di corda che l’uomo getta tra sè e l’abisso, tra la propria coscienza e la materialità delle cose. Anch’essa in sostanza finzione, gioco mentale, da coltivare con cura però, perchè è l’unica cosa che ci rende vivi, e umani. E Borges in questo era inimitabile, un vero prestigiatore di parole, costruttore di dedali di lemmi, di doppisensi e di retroscena.
Ogni volta mi torna in mente Calvino, l’unico che in Italia abbia conosciuto lo stesso gusto di Borges, il piacere di sperimentare con il significante e il significato, con l’intreccio e i suoi meccanismi, insomma con la letteratura e quindi al tempo stesso con la realtà.

In Ficciones Borges va a pesca di piccole perle e ce le porta in dono, direttamente dall’oceano della sua immaginazione.
Nella ‘Biblioteca di Babele’ esistono tutti i possibili libri del mondo, le cui pagine sono composte con parole casuali. Ogni tanto i bibliotecatari scovano una frase di senso compiuto, ma è molto raro. Da qualche parte si cela il libro che contiene la Verità, ma nessuno sa dove e soprattutto nessuno saprebbe riconoscerlo come tale anche se ci si imbattesse. Poichè la Biblioteca, il regno della causalità, contiene il bene e il male, la verità e la menzoga e l’uomo non sa discenerli.

Per ingabbiare la causalità e il caos dell’esistenza Borges ne ‘La lotteria di Babilonia’ immagina un mondo dove tutto è regolato attraverso una lotteria, ovvero un’estrazione casuale di numeri. Far dominare il caso non cambia niente, ci rende solo più consapevoli del peso del destino sulle nostre vite (”questa moneta e io siamo arrivate allo stesso punto” direbbe il killer di ‘Non è un paese per vecchi’ e se non lo avete ancora visto precipitatevi!).

Simboli potenti quindi, uniti ad una scrittura geometrica e incisiva, tagliente come una lama ben affilata.
La perla che io preferisco è ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, dove si racconta di un libro che in realtà è un labirinto, poichè contiene tutti possibili futuri, in una continua ramificazione delle conseguenze di ogni singolo gesto. Il presente cointiene in sè non solo il passato ma tutti i possibili futuri, basta una piccola deviazione per non essere più se stessi.

La straordinaria capacità di Borges sta nell’avere intuito queste tematiche già nel 1944, quando uscì Ficciones. Forse è stata la sua cecità, che negli anni Cinquanta sarebbe divenuta totale, ad avere ampliato i confini della sua mente, ad avere illuminato dentro di lui sentieri che altrimenti non avrebbe mai percorso. Borges era ossessionato dalla paura di perdere la creatività a causa della sua malattia e questo di sicuro lo spinse a coltivarla all’inverosimile.
Il frutto della sua mente lucida e onirica sono fiori meravigliosi, grandi piante esotiche senza profumo.
Solo una fragranza lieve, solo una simmetria perfetta tra i petali.
Fiori così stupendi che sfiorandoli si sgretolano tra le dita e svaniscono in polvere di luce.
Fiori come finzioni di inaudita bellezza.


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Flow my tears, the Policeman said - Philip Dick

Scritto da Kitiana in Monday 18 February 2008 – 19:42 -

Per farmi perdonare la lunga assenza vi parlerò di un genio assoluto della narrativa americana: Philip Dick (che non a caso è stato definito il Borges statunitense e che sarebbe l’ora di far emergere dalla classificazione di genere: non un grande scrittore di fantascienza, ma semplicemente un grande scrittore). Perchè nella smisurata produzione di Dick ho scelto proprio un libro poco conosciuto come Flow my tears, the Policeman said? Non per tirarmela (^_^) ma solo perchè questo è il romanzo che mi ha fatto scoprire Philip Dick. Era il periodo in cui mi sfondavo di narrativa giapponese e trovai citato proprio questo libro in Amrita di Banana Yoshimoto (l’unico suo romanzo veramente bello). La protagonista di Amrita ritrova la memoria solo dopo aver letto Flow my tears, che, guarda caso, racconta di un’amnesia alla rovescia.

Jason Taverner infatti non ha perso la memoria: è stata la società a scordarsi di lui. Lui è un cantante famoso in tutto il mondo e all’improvviso si ritrova senza identità, in seguito ad un trauma violento si ritrova catapultato in un universo parallelo, che si differenzia dall’altro per un unico dettaglio: qui lui non esiste.

Inizia così la sua ricerca di se stesso, in una realtà �che è profondamente ostile verso chi non è nessuno.
I temi tanto cari a Dick ricorrono: la droga, lo straniamento dell’uomo di fronte alla realtà, l’assenza di certezze, la profonda solitudine, la percezione soggettiva del tempo e dello spazio (segnalo a questo proposito Occhio nel cielo e A scanner darkly).

La vena profetica di Dick pulsa sotto la pelle di questo romanzo: in uno stato poliziesco dove i sovversivi muoiono nei campi di concentramento e gli studenti crepano assediati nelle loro università, conta solo chi riesci a dimostrare di essere. Senza i suoi documenti a Jason non resta che il suo codice genetico potenziato, frutto di un esperimento, per salvare la pelle.
Questo è uno dei romanzi più sociali di Dick e anche più commoventi: l’amore che lega il poliziotto che dà la caccia a Jason a sua sorella è struggente e maledetto.
La società non solo non prevede seconde possibilità ma morde a fondo qualsiasi speranza di essere veramente se stessi….

(prossimo post sulla vita di Philip Dick, tra leggende e realtà)


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La ragazza con i capelli strani - David Foster Wallace

Scritto da Kitiana in Friday 8 February 2008 – 14:58 -

Dopo Pynchon e De Lillo, maestri indiscussi del postmodernismo, approdiamo oggi a colui che ne è considerato la più fulgente promessa (in parte a dire il vero già mantenuta). Di David Foster Wallace, classe 1962, si parla come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea americana e non a caso.
Se non avete mai letto niente di lui io vi consiglierei di partire proprio da La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti di sicuro inferiore ad un romanzo mastodontico, ambizioso e stupefacente come Infinite Jest, ma sicuramente più digeribile.
Ebbene sì miei cari se vi è sembrato assurdo Pynchon non avvicinatevi a Wallace: è ancora più criptico e ingarbugliato, forse proprio perchè ancora più vicino alla contemporaneità che viviamo e quindi alla sua complessità e insensatezza (che mi pare aumentata esponenzialmente negli ultimi 20 anni).

Il borbottio della televisione del David Letterman Show, l’alienazione e le nevrosi della società, la sottile linea che separa la follia dalla normalità, la cultura pop e punk come risposta (inutile) al soffocamento del sistema: le tematiche care a DFW le ritroviamo tutte in questo libro, una sorta di manifesto della sua poetica che contiene in nuce le potenzialità dell’autore (mi viene in mente il Joyce di ‘The Dubliners’ rispetto a quello dell’Ulisse).

Nel disturbante racconto che dà il titolo alla raccolta seguiamo le peripezie di un giovane repubblicano psicopatico infiltrato in un gruppo di punk violenti e dissociati, per passare poi alla solitudine dei matematici di Harvard e allo squallore della politica americana in ‘Lyndon’, di cui consiglio la lettura a chi ancora sbava di invidia seguendo le primarie negli Usa (consiglio generale: per avvicinarsi all’essenza di un paese, al suo vero substrato, non bisogna leggere i giornali, i reportage o guardare la tv: basta leggere gli scrittori che produce).

DFW va letto con cura e dedizione, proprio per la maggiore difficoltà che richiede, ma una volta che ti conquista con la sua scrittura e le sua grande capacità evocativa è fatta. A me è capitato di non capire alcuni passaggi e alcune sfumature, proprio perchè è forse lo scrittore più calato nella sua realtà che io abbia letto e , dato che non sono americana, diventa più difficile avvicinarmi a lui. Wallace tocca i nervi scoperti della società, i suoi personaggi affogano di noia, disperazione e miseria stretti nel ruolo in cui vivono, nei risvolti di un mondo che sembra libero ma che incatena ciascuno ad un ben preciso stereotipo.

ps. poi troverò anche il coraggio di Infinite Jest :-)

TROVA LA DIFFERENZA! (E’ SEMPRE DAVID FOSTER WALLACE.. AH IL POTERE DELL’IMMAGINE )


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Don De Lillo - Underworld

Scritto da Kitiana in Monday 4 February 2008 – 17:26 -

Parlare di Don De Lillo è parlare della società contemporanea, di un mostro sacro della narrativa americana che è riuscito non solo ad intepretare le angosce e le contraddizioni ma ad anticipare le pulsioni sotteranee.
Osservate la copertina di Underworld
: le torri gemelle sullo sfondo avvolte in una nube di fumo, una croce davanti e un’aquila (l’America) che vola di lato. Non occorre essere un semiologo per capire la forza evocativa di un’immagine come questa. Il punto è che De Lillo scrisse il romanzo nel 1997, ben prima dell’11 settembre, e scelse lui stesso questa foto come copertina, imponendola agli editori di tutto il mondo. Inquietante, no?

Il capolavoro dello scrittore italoamericano cresciuto nel Bronx è l’affresco lungo 900 pagine di un’America che non ti aspetti. La palla del fuorigioco con cui nel 1953 Bobby Thomson regala la vittoria ai Giants è il file rouge che lega insieme le vite e i personaggi del romanzo e passando di mano in mano, attraverso le generazioni, ci trascina negli angoli più impensabili degli Usa.
Dalla storia del capo della Cia a quella Frank Sinatra, dalla povertà di un ragazzino di colore alla borghesia annoiata di un collezionista, la prosa onirica e avvincente di De Lillo ci mette davanti uno specchio in cui ognuno di noi inesorabilmente si riconosce.

Sullo sfondo la paura della bomba atomica, l’eterno complotto che si deve avverare (remember Pynchon?) e un’America multietnica che diventa globale, sempre più alla deriva, sommersa dai propri rifiuti.
Sono proprio i rifiuti il grande tema di fondo che De Lillo ci propone.
Noi non siamo più ciò che produciamo ma neppure cio che consumiamo: noi siamo i rifiuti che creiamo. Il legame tra il consumare e il produrre spazzatura è stretto tanto quanto quello tra consumare e esistere.
Questa società che crea soldi dai rifiuti, che ne fa persino delle opere d’arte è marcia alla base. La nuova ricchezza non può che produrre altra povertà, il bombardamento delle merci e delle immagini non può che farci sentire più soli.
C’è poco da aggiungere De Lillo è un grande profeta dei nostri giorni.
(Sebbene abbia trovato il suo ultimo libro Falling man piuttosto scialbo, ma d’altronde non sarebbe umano se riuscisse a rimanere sui livelli di Underworld in ogni opera. L’ispirazione gli scrittori non se la possono inventare, neppure quando sono dannatamente talentuosi come De Lillo).


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L’incanto del Lotto 49 - Thomas Pynchon

Scritto da Kitiana in Thursday 31 January 2008 – 19:43 -

Partiamo dall’abc del postmodernismo, da colui che in letteratura ne è considerato l’inventore: Thomas Pynchon. Personaggio non indifferente: di lui si sa pochissimo, non appare mai in pubblico e non rilascia foto. Pynchon ama infatti rivelarsi solo attraverso le sue opere che non a caso sono anch’esse intricati labirinti di parole e storie in cui però è esaltante smarrirsi.
Parliamo del suo secondo libro, quello che lo ha portato per primo agli onori della cronaca: L’incanto del Lotto 49. Un romanzo breve, perfetto nella sua costruzione, che ti cattura nel suo mistero e alla fine ti lascia con più domande che risposte.

Il lotto è la misteriosa eredità del miliardario californiano Pierce Inverarity, che ha nominato esecutorice testamentaria la donna con cui ha avuto una breve relazione, la giovane casalinga Oedipa Maas, moglie di un dj di una radio locale.
Nell’eredità si trova una collezione di strani francobolli: sono falsi e pagina dopo pagina Oedipa arriverà a scoprire che si tratta di un servizio postale parallelo a quello ufficiale chiamato Trystero.
Un complotto contro l’ordine costituito insomma, una sorta di leggenda metropolitana trasformatasi in realtà che getta la sua ombra persino sulle vicende politiche americane degli anni Sessanta. Oedipa potrebbe bollare il tutto come un brutto sogno e tornare alla sua vita normale, eppure deve andare avanti nella sua ricerca, anche se a tratti l’idea del complotto sembra solo il delirio di un paranoico, un castello di sabbia senza consistenza alcuna. E così anche noi che leggiamo siamo costretti a proseguire con lei, attendendo con ansia la parola definitiva su questa storia. Ma Pynchon non emette mai verdetti: lui semina solo inquietudini e così restiamo a domandarci quale fosse il messaggio nascosto dell’Incanto del Lotto 49.
Forse proprio l’importanza della comunicazione nella società contemporanea è la chiave di lettura di tutto il romanzo. I rimandi al mondo della comunicazione sono molteplici: la posta è il mezzo più antico degli uomini per mandarsi messaggi, il marito di Odeipa lavora in una radio, e d’altro canto possedere un mezzo di comunicazione occulto non è forse il primo passo per dominare la realtà?

In ogni caso amici razionalisti, rassegnatevi. Se siete persone a cui piace spiegare il mondo e vedere le cose ben distinte in bianco e nero lasciate pure perdere il postmodernismo. Pynchon, come DeLillo dopo di lui e molti altri, è uno scrittore che non regala nulla, a cui piace alludere e disilludere, disegnando meravigliosi arabeschi di personaggi, storie e vite.
Alla fine non possiamo che sederci per terra incantati a guardare i fili che si intrecciano e che danno vita al disegno. Ogni parte dell’arazzo è un piccolo capolavoro compiuto ma arrivare a penetrare il senso profondo di tutto il disegno è impossibile. Meglio lasciare che gli occhi rimangano stregati dalla sua bellezza nascosta.


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