Finzioni - Jeorge Luis Borges

Scritto da Kitiana in Saturday 15 March 2008 – 18:46 -

Un labirinto di specchi, un enigma, un sogno impastato di nebbia. Questa è la realtà per Jeorge Luis Borges e la letteratura è solo un ponte di corda che l’uomo getta tra sè e l’abisso, tra la propria coscienza e la materialità delle cose. Anch’essa in sostanza finzione, gioco mentale, da coltivare con cura però, perchè è l’unica cosa che ci rende vivi, e umani. E Borges in questo era inimitabile, un vero prestigiatore di parole, costruttore di dedali di lemmi, di doppisensi e di retroscena.
Ogni volta mi torna in mente Calvino, l’unico che in Italia abbia conosciuto lo stesso gusto di Borges, il piacere di sperimentare con il significante e il significato, con l’intreccio e i suoi meccanismi, insomma con la letteratura e quindi al tempo stesso con la realtà.

In Ficciones Borges va a pesca di piccole perle e ce le porta in dono, direttamente dall’oceano della sua immaginazione.
Nella ‘Biblioteca di Babele’ esistono tutti i possibili libri del mondo, le cui pagine sono composte con parole casuali. Ogni tanto i bibliotecatari scovano una frase di senso compiuto, ma è molto raro. Da qualche parte si cela il libro che contiene la Verità, ma nessuno sa dove e soprattutto nessuno saprebbe riconoscerlo come tale anche se ci si imbattesse. Poichè la Biblioteca, il regno della causalità, contiene il bene e il male, la verità e la menzoga e l’uomo non sa discenerli.

Per ingabbiare la causalità e il caos dell’esistenza Borges ne ‘La lotteria di Babilonia’ immagina un mondo dove tutto è regolato attraverso una lotteria, ovvero un’estrazione casuale di numeri. Far dominare il caso non cambia niente, ci rende solo più consapevoli del peso del destino sulle nostre vite (”questa moneta e io siamo arrivate allo stesso punto” direbbe il killer di ‘Non è un paese per vecchi’ e se non lo avete ancora visto precipitatevi!).

Simboli potenti quindi, uniti ad una scrittura geometrica e incisiva, tagliente come una lama ben affilata.
La perla che io preferisco è ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, dove si racconta di un libro che in realtà è un labirinto, poichè contiene tutti possibili futuri, in una continua ramificazione delle conseguenze di ogni singolo gesto. Il presente cointiene in sè non solo il passato ma tutti i possibili futuri, basta una piccola deviazione per non essere più se stessi.

La straordinaria capacità di Borges sta nell’avere intuito queste tematiche già nel 1944, quando uscì Ficciones. Forse è stata la sua cecità, che negli anni Cinquanta sarebbe divenuta totale, ad avere ampliato i confini della sua mente, ad avere illuminato dentro di lui sentieri che altrimenti non avrebbe mai percorso. Borges era ossessionato dalla paura di perdere la creatività a causa della sua malattia e questo di sicuro lo spinse a coltivarla all’inverosimile.
Il frutto della sua mente lucida e onirica sono fiori meravigliosi, grandi piante esotiche senza profumo.
Solo una fragranza lieve, solo una simmetria perfetta tra i petali.
Fiori così stupendi che sfiorandoli si sgretolano tra le dita e svaniscono in polvere di luce.
Fiori come finzioni di inaudita bellezza.


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