Archivio di ‘Catching in the rye’
Excellent Book Covers and Paperbacks
Scritto da logu in Wednesday 16 April 2008 – 18:48 -Questo link vi porterà in un fantastico mondo: quello delle copertine di libri.
Chi tra quelli che hanno lavorato in grafica non ha sognato di poter essere l’autore di qualche copertina famosa che poi ritrovi on bella mostra in libreria?
Io qualche volta mi sono cimentato in questa attività e ammetto che non è facile.. dalle belle intenzioni ai fatti ci passa molto e spesso non è facile ottenere quello che si aveva in mente.
Equilibrio, efficacia, immediatezza, comunicazione.. tutto in un rettangolino.. molti scelgono i libri per la copertina..
Godetevi i bellissimi esempi..
Tags: book cover, copertine, libri
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Wait until Spring, Bandini - John Fante
Scritto da Kitiana in Saturday 29 March 2008 – 14:30 -
Il muratore Svevo Bandini aspetta la primavera per poter riprendere a lavorare.
Suo figlio Arturo aspetta che la neve si sciolga per poter giocare a baseball.
Entrambi attendono una speranza senza nome, una svolta nelle loro esistenze di morti di fame, quella promessa di rinascita che ci tiene vivi nei lunghi inverni e che svanisce all’improvviso quando la primavera alla fine arriva.
Nel suo primo romanzo sulla saga della famiglia Bandini c’è già tutta l’amarezza e la ferocia di Fante, uno scrittore che si meriterebbe di essere sdoganato dall’etichette di narratore degli emigrati italiani in America. Per carità, i temi ci sono tutti. L’arretratezza culturale, la miseria, la voglia di emergere, la diversità marchiata nell’anima, in fondo agli occhi. Ma c’è qualcosa che va oltre.
“Di una cosa sono sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è piú niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina”. Così Fante scrisse in punto di morte di questo libro e non c’è da stupirsi.
La storia è semplice: la famiglia Bandini è sommersa dai debiti perchè la neve impedisce al padre di lavorare. Svevo è un padre padrone atipico, pieno di debolezze eppure forte, ignorante eppure capace di grande fiducia in se stesso.
La moglie Maria è la donna nata per abnegarsi per il marito eppure la sua debolezza ferisce più dei pugni di Svevo.
Arturo è il figlio maggiore della coppia e quello che più soffre la condizione di emigrante. Arturo vorrebbe essere americano, semplicemente per non essere costretto a vergognarsi di quello che è.
Perchè in realtà Arturo mentre vuole rinnegare le sue radici non riesce a staccarsene: il modello principale, odiato e amato, è suo padre, una figura che Arturo adora soprattutto nel suo egoismo e nella sua determinazione, come se ferire gli altri e la sua famiglia fosse l’unico mezzo che rimane a Svevo per essere padrone della sua vita, dominatore di un suo universo.
Anche questo come le Correzioni di Frantzen è un libro che ci porta nel cuore di una famiglia e Fante è capace di fini narrazioni psicologiche, meno contemporanee di quelle di Frantzen ma non per questo meno attuali.
Memorabile la scena finale in cui Bandini lascia la casa della ricca amante per tornare dalla moglie e dai figli, richiamato da un senso di ineluttabilità che gli deriva dalla consapevolezza dell’accettare il suo posto nel mondo.
Aspettando che arrivi una primavera che non verrà mai.
Tags: Aspetta primavera, Bandini, italoamericani, Jhon Fante, letteratura. libri, romanzo
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Le correzioni - Jonathan Franzen
Scritto da Kitiana in Saturday 22 March 2008 – 15:11 -
Rimuovere, occultare, correggere. Tutto in nome dell’apparenza, della reputazione, della finzione di una perfezione senza sbavature. La famiglia è la prima a correggere, a nascondere dentro il suo seno profondo le debolezze e le scorrettezze dei singoli membri, a trascinarli sulla strada maestra quando sgarrano.
Ritratto impietoso quello che Jonathan Franzen ci mette davanti nel suo romanzo ‘Le correzioni’, che ci racconta i panni sporchi di una famiglia americana che assomiglia pericolosamente alle nostre.
Una dolorosa operazione di decostruzione e ricostruzione dei punti di vista ci restituisce l’immagine di un’infelicità profonda, mascherata sotto il successo professionale, l’orgoglio, la malattia.
Enid e Alfred sono una coppia ormai anziana che paga lo scotto di una vita di rimpianti e amarezza: il padre despota sta scivolando nella demenza e la madre schiava delle apparenze sfoga sul marito e sui figli le sue delusioni matrimoniali.
Enid e Alfred hanno tre tre figli (Gary, Chip, Denise) cresciuti secondo i sacrosanti valori americani e puritani. Peccato che nessuno di loro sia perfetto, nonostante le numerosi ‘correzioni’ a cui la madre ha cercato di sottoporli. Gary nasconde con il successo professionale il fallimento del suo matrimonio e il suo alcolismo. Chip perde il posto di docente universitario per una relazione con una sua studentessa e tenta una truffa in Lituania. Denise, grande chef in un ristorante prestigioso, non sa convivere con la propria bisessualità.
In realtà sono tutti dei falliti ma il loro fallimento deriva proprio da un modello fasullo di perfezione a cui è impossibile adeguarsi.
Nessuno di loro riesce ad amarsi né ad amare gli altri per quello che sono. Per questo tutti sono preda di nevrosi, ossessioni e varie forme di dipendenza. Chi non si ritrova almeno un poco nelle debolezze dei figli, chi non intravede nella frustrazione della madre, nella debolezza del padre, qualcosa della propria storia familiare? Eppure potrebbero essere se non felici per lo meno sereni. Eppure la famiglia potrebbe essere il rifugio dalle ansie del mondo, invece che il luogo dove subire il martirio delle aspettative deluse.
‘Le correzioni’ colpisce là dove la carne è più tenera, laddove ciascuno di noi riconosce la pressione e i meccanismi perversi di una società che esige l’impossibile e di una famiglia che ne diviene lo specchio.
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Finzioni - Jeorge Luis Borges
Scritto da Kitiana in Saturday 15 March 2008 – 18:46 -
Un labirinto di specchi, un enigma, un sogno impastato di nebbia. Questa è la realtà per Jeorge Luis Borges e la letteratura è solo un ponte di corda che l’uomo getta tra sè e l’abisso, tra la propria coscienza e la materialità delle cose. Anch’essa in sostanza finzione, gioco mentale, da coltivare con cura però, perchè è l’unica cosa che ci rende vivi, e umani. E Borges in questo era inimitabile, un vero prestigiatore di parole, costruttore di dedali di lemmi, di doppisensi e di retroscena.
Ogni volta mi torna in mente Calvino, l’unico che in Italia abbia conosciuto lo stesso gusto di Borges, il piacere di sperimentare con il significante e il significato, con l’intreccio e i suoi meccanismi, insomma con la letteratura e quindi al tempo stesso con la realtà.
In Ficciones Borges va a pesca di piccole perle e ce le porta in dono, direttamente dall’oceano della sua immaginazione.
Nella ‘Biblioteca di Babele’ esistono tutti i possibili libri del mondo, le cui pagine sono composte con parole casuali. Ogni tanto i bibliotecatari scovano una frase di senso compiuto, ma è molto raro. Da qualche parte si cela il libro che contiene la Verità, ma nessuno sa dove e soprattutto nessuno saprebbe riconoscerlo come tale anche se ci si imbattesse. Poichè la Biblioteca, il regno della causalità, contiene il bene e il male, la verità e la menzoga e l’uomo non sa discenerli.
Per ingabbiare la causalità e il caos dell’esistenza Borges ne ‘La lotteria di Babilonia’ immagina un mondo dove tutto è regolato attraverso una lotteria, ovvero un’estrazione casuale di numeri. Far dominare il caso non cambia niente, ci rende solo più consapevoli del peso del destino sulle nostre vite (”questa moneta e io siamo arrivate allo stesso punto” direbbe il killer di ‘Non è un paese per vecchi’ e se non lo avete ancora visto precipitatevi!).
Simboli potenti quindi, uniti ad una scrittura geometrica e incisiva, tagliente come una lama ben affilata.
La perla che io preferisco è ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, dove si racconta di un libro che in realtà è un labirinto, poichè contiene tutti possibili futuri, in una continua ramificazione delle conseguenze di ogni singolo gesto. Il presente cointiene in sè non solo il passato ma tutti i possibili futuri, basta una piccola deviazione per non essere più se stessi.
La straordinaria capacità di Borges sta nell’avere intuito queste tematiche già nel 1944, quando uscì Ficciones. Forse è stata la sua cecità, che negli anni Cinquanta sarebbe divenuta totale, ad avere ampliato i confini della sua mente, ad avere illuminato dentro di lui sentieri che altrimenti non avrebbe mai percorso. Borges era ossessionato dalla paura di perdere la creatività a causa della sua malattia e questo di sicuro lo spinse a coltivarla all’inverosimile.
Il frutto della sua mente lucida e onirica sono fiori meravigliosi, grandi piante esotiche senza profumo.
Solo una fragranza lieve, solo una simmetria perfetta tra i petali.
Fiori così stupendi che sfiorandoli si sgretolano tra le dita e svaniscono in polvere di luce.
Fiori come finzioni di inaudita bellezza.
Tags: Borges, Ficciones, Finzioni, il giardino dei sentieri che si biforcano, la biblioteca di Babele, libri
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A Heartbreaking Work of Staggering Genius - Dave Eggers
Scritto da Kitiana in Monday 25 February 2008 – 14:44 -
Una scrittura che non lascia scampo, densa di espedienti narrativi e di sperimentazioni stilistiche innovative (alcune veramente azzeccate, altre un po’ meno).
Questo è Dave Eggers, giovane scrittore americano (molto giovane quando uscì questo suo primo romanzo, almeno) che con L’opera struggente di un formidabile genio si è imposto come l’erede di Foster Wallace e di tutta quella narrativa moderna americana che noi in Italia ce la sognamo.
A tratti l’autocompiacimento di Eggers entra a buon diritto nell’onanismo ma lui ne sembra così dannatamente consapevole che non posso che strizzargli a mia volta l’occhio, divertita.
Questo a livello stilistico (a proposito quando suo fratello si mette a parlare come se fosse il suo super-io e lui lo rimprovera di uscire dal personaggio oppure quando l’amico che minaccia di suicidarsi gli rinfaccia di cannibalizzare le tragedie degli altri e le proprie… non c’è che da applaudire).
Tornando alla trama, il libro racconta la vita (romanzata) di Eggers che in poco più di un mese si ritrova orfano di entrambi i genitori (morti di cancro) e diventa tutore del fratello di soli 8 anni, Toph. (Che mi ricorda incredibilmente Phoebe, la sorellina del Giovane Holden).
Vale la pena leggere questo libro anche solo per i primi due capitoli, perchè Eggers affronta la morte in una maniera così leggera e allo stesso tempo profonda, così interiorizzata ma anche impossibile da comprendere, così folle e audace che mi sembra che sia riuscito a condensare veramente i miliardi di sfumature che stanno dietro il dolore di un individuo, sfumature auliche ma anche molto terrene, e per questo molto più tristi.
Ma la morte è rinascita, deve esserlo per forza. E così Dave vende tutto, la casa dei genitori, le poche proprietà e parte con Toph verso il sole della California. Il modo in cui cercheranno di tornare alla vita me li ha fatto sentire veramente vicini: per la strada perdono piano piano tutto, per poter tornare a riempire la mano bisogna aprila e lasciare scorrere tutto via. Persino i corpi dei loro genitori vanno perduti, perchè erano stati donati per scopi scientifici e a causa dei numerosi traslochi di Dave i resti non riescono a giungere a destinazione.
Fino a che non riuscirà a ritrovare le ceneri della madre e le spargerà sulla spiaggia che lei amava, tra il senso di colpa di non averle dato una sepoltura adeguata e la penetrante comprensione di stare vivendo una scena memorabile.
Un libro commovente, dissacrante, realistico. Eggers fotografa la generazione di cui è indiscutibilmente membro e quasi spaventa questa ineluttabile partecipazione ad un qualcosa di collettivo in un profeta dell’egocentrismo e dell’individualismo come Eggers.
Ma è questo il tratto distintivo dei grandi artisti: raccontare vicende intime, personali, uniche e riuscire a portarle fuori da quella singolarità, fino ad abbracciare la sfera delle emozioni di ciascuno di noi, accarezare le illusioni e gli incubi che ci dannano il cuore, le debolezze e le straordinarie energie che ci scorrono nel sangue.

Ha il suo fascino, ma continuo a preferire Foster Wallace ^_^
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Flow my tears, the Policeman said - Philip Dick
Scritto da Kitiana in Monday 18 February 2008 – 19:42 -
Per farmi perdonare la lunga assenza vi parlerò di un genio assoluto della narrativa americana: Philip Dick (che non a caso è stato definito il Borges statunitense e che sarebbe l’ora di far emergere dalla classificazione di genere: non un grande scrittore di fantascienza, ma semplicemente un grande scrittore). Perchè nella smisurata produzione di Dick ho scelto proprio un libro poco conosciuto come Flow my tears, the Policeman said? Non per tirarmela (^_^) ma solo perchè questo è il romanzo che mi ha fatto scoprire Philip Dick. Era il periodo in cui mi sfondavo di narrativa giapponese e trovai citato proprio questo libro in Amrita di Banana Yoshimoto (l’unico suo romanzo veramente bello). La protagonista di Amrita ritrova la memoria solo dopo aver letto Flow my tears, che, guarda caso, racconta di un’amnesia alla rovescia.
Jason Taverner infatti non ha perso la memoria: è stata la società a scordarsi di lui. Lui è un cantante famoso in tutto il mondo e all’improvviso si ritrova senza identità, in seguito ad un trauma violento si ritrova catapultato in un universo parallelo, che si differenzia dall’altro per un unico dettaglio: qui lui non esiste.
Inizia così la sua ricerca di se stesso, in una realtà �che è profondamente ostile verso chi non è nessuno.
I temi tanto cari a Dick ricorrono: la droga, lo straniamento dell’uomo di fronte alla realtà, l’assenza di certezze, la profonda solitudine, la percezione soggettiva del tempo e dello spazio (segnalo a questo proposito Occhio nel cielo e A scanner darkly).
La vena profetica di Dick pulsa sotto la pelle di questo romanzo: in uno stato poliziesco dove i sovversivi muoiono nei campi di concentramento e gli studenti crepano assediati nelle loro università, conta solo chi riesci a dimostrare di essere. Senza i suoi documenti a Jason non resta che il suo codice genetico potenziato, frutto di un esperimento, per salvare la pelle.
Questo è uno dei romanzi più sociali di Dick e anche più commoventi: l’amore che lega il poliziotto che dà la caccia a Jason a sua sorella è struggente e maledetto.
La società non solo non prevede seconde possibilità ma morde a fondo qualsiasi speranza di essere veramente se stessi….
(prossimo post sulla vita di Philip Dick, tra leggende e realtà)
Tags: Banana Yoshimoto, FLow my tears the Policeman said, libri, Philip Dick
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La ragazza con i capelli strani - David Foster Wallace
Scritto da Kitiana in Friday 8 February 2008 – 14:58 -
Dopo Pynchon e De Lillo, maestri indiscussi del postmodernismo, approdiamo oggi a colui che ne è considerato la più fulgente promessa (in parte a dire il vero già mantenuta). Di David Foster Wallace, classe 1962, si parla come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea americana e non a caso.
Se non avete mai letto niente di lui io vi consiglierei di partire proprio da La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti di sicuro inferiore ad un romanzo mastodontico, ambizioso e stupefacente come Infinite Jest, ma sicuramente più digeribile.
Ebbene sì miei cari se vi è sembrato assurdo Pynchon non avvicinatevi a Wallace: è ancora più criptico e ingarbugliato, forse proprio perchè ancora più vicino alla contemporaneità che viviamo e quindi alla sua complessità e insensatezza (che mi pare aumentata esponenzialmente negli ultimi 20 anni).
Il borbottio della televisione del David Letterman Show, l’alienazione e le nevrosi della società, la sottile linea che separa la follia dalla normalità, la cultura pop e punk come risposta (inutile) al soffocamento del sistema: le tematiche care a DFW le ritroviamo tutte in questo libro, una sorta di manifesto della sua poetica che contiene in nuce le potenzialità dell’autore (mi viene in mente il Joyce di ‘The Dubliners’ rispetto a quello dell’Ulisse).
Nel disturbante racconto che dà il titolo alla raccolta seguiamo le peripezie di un giovane repubblicano psicopatico infiltrato in un gruppo di punk violenti e dissociati, per passare poi alla solitudine dei matematici di Harvard e allo squallore della politica americana in ‘Lyndon’, di cui consiglio la lettura a chi ancora sbava di invidia seguendo le primarie negli Usa (consiglio generale: per avvicinarsi all’essenza di un paese, al suo vero substrato, non bisogna leggere i giornali, i reportage o guardare la tv: basta leggere gli scrittori che produce).
DFW va letto con cura e dedizione, proprio per la maggiore difficoltà che richiede, ma una volta che ti conquista con la sua scrittura e le sua grande capacità evocativa è fatta. A me è capitato di non capire alcuni passaggi e alcune sfumature, proprio perchè è forse lo scrittore più calato nella sua realtà che io abbia letto e , dato che non sono americana, diventa più difficile avvicinarmi a lui. Wallace tocca i nervi scoperti della società, i suoi personaggi affogano di noia, disperazione e miseria stretti nel ruolo in cui vivono, nei risvolti di un mondo che sembra libero ma che incatena ciascuno ad un ben preciso stereotipo.
ps. poi troverò anche il coraggio di Infinite Jest


TROVA LA DIFFERENZA! (E’ SEMPRE DAVID FOSTER WALLACE.. AH IL POTERE DELL’IMMAGINE )
Tags: David Foster Wallace, La ragazza con i capelli strani, libri, postmodernismo
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Don De Lillo - Underworld
Scritto da Kitiana in Monday 4 February 2008 – 17:26 -
Parlare di Don De Lillo è parlare della società contemporanea, di un mostro sacro della narrativa americana che è riuscito non solo ad intepretare le angosce e le contraddizioni ma ad anticipare le pulsioni sotteranee.
Osservate la copertina di Underworld: le torri gemelle sullo sfondo avvolte in una nube di fumo, una croce davanti e un’aquila (l’America) che vola di lato. Non occorre essere un semiologo per capire la forza evocativa di un’immagine come questa. Il punto è che De Lillo scrisse il romanzo nel 1997, ben prima dell’11 settembre, e scelse lui stesso questa foto come copertina, imponendola agli editori di tutto il mondo. Inquietante, no?
Il capolavoro dello scrittore italoamericano cresciuto nel Bronx è l’affresco lungo 900 pagine di un’America che non ti aspetti. La palla del fuorigioco con cui nel 1953 Bobby Thomson regala la vittoria ai Giants è il file rouge che lega insieme le vite e i personaggi del romanzo e passando di mano in mano, attraverso le generazioni, ci trascina negli angoli più impensabili degli Usa.
Dalla storia del capo della Cia a quella Frank Sinatra, dalla povertà di un ragazzino di colore alla borghesia annoiata di un collezionista, la prosa onirica e avvincente di De Lillo ci mette davanti uno specchio in cui ognuno di noi inesorabilmente si riconosce.
Sullo sfondo la paura della bomba atomica, l’eterno complotto che si deve avverare (remember Pynchon?) e un’America multietnica che diventa globale, sempre più alla deriva, sommersa dai propri rifiuti.
Sono proprio i rifiuti il grande tema di fondo che De Lillo ci propone.
Noi non siamo più ciò che produciamo ma neppure cio che consumiamo: noi siamo i rifiuti che creiamo. Il legame tra il consumare e il produrre spazzatura è stretto tanto quanto quello tra consumare e esistere.
Questa società che crea soldi dai rifiuti, che ne fa persino delle opere d’arte è marcia alla base. La nuova ricchezza non può che produrre altra povertà, il bombardamento delle merci e delle immagini non può che farci sentire più soli.
C’è poco da aggiungere De Lillo è un grande profeta dei nostri giorni.
(Sebbene abbia trovato il suo ultimo libro Falling man piuttosto scialbo, ma d’altronde non sarebbe umano se riuscisse a rimanere sui livelli di Underworld in ogni opera. L’ispirazione gli scrittori non se la possono inventare, neppure quando sono dannatamente talentuosi come De Lillo).
Tags: De Lillo, libri, postmodernismo, underworld
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L’incanto del Lotto 49 - Thomas Pynchon
Scritto da Kitiana in Thursday 31 January 2008 – 19:43 -
Partiamo dall’abc del postmodernismo, da colui che in letteratura ne è considerato l’inventore: Thomas Pynchon. Personaggio non indifferente: di lui si sa pochissimo, non appare mai in pubblico e non rilascia foto. Pynchon ama infatti rivelarsi solo attraverso le sue opere che non a caso sono anch’esse intricati labirinti di parole e storie in cui però è esaltante smarrirsi.
Parliamo del suo secondo libro, quello che lo ha portato per primo agli onori della cronaca: L’incanto del Lotto 49. Un romanzo breve, perfetto nella sua costruzione, che ti cattura nel suo mistero e alla fine ti lascia con più domande che risposte.
Il lotto è la misteriosa eredità del miliardario californiano Pierce Inverarity, che ha nominato esecutorice testamentaria la donna con cui ha avuto una breve relazione, la giovane casalinga Oedipa Maas, moglie di un dj di una radio locale.
Nell’eredità si trova una collezione di strani francobolli: sono falsi e pagina dopo pagina Oedipa arriverà a scoprire che si tratta di un servizio postale parallelo a quello ufficiale chiamato Trystero.
Un complotto contro l’ordine costituito insomma, una sorta di leggenda metropolitana trasformatasi in realtà che getta la sua ombra persino sulle vicende politiche americane degli anni Sessanta. Oedipa potrebbe bollare il tutto come un brutto sogno e tornare alla sua vita normale, eppure deve andare avanti nella sua ricerca, anche se a tratti l’idea del complotto sembra solo il delirio di un paranoico, un castello di sabbia senza consistenza alcuna. E così anche noi che leggiamo siamo costretti a proseguire con lei, attendendo con ansia la parola definitiva su questa storia. Ma Pynchon non emette mai verdetti: lui semina solo inquietudini e così restiamo a domandarci quale fosse il messaggio nascosto dell’Incanto del Lotto 49.
Forse proprio l’importanza della comunicazione nella società contemporanea è la chiave di lettura di tutto il romanzo. I rimandi al mondo della comunicazione sono molteplici: la posta è il mezzo più antico degli uomini per mandarsi messaggi, il marito di Odeipa lavora in una radio, e d’altro canto possedere un mezzo di comunicazione occulto non è forse il primo passo per dominare la realtà?
In ogni caso amici razionalisti, rassegnatevi. Se siete persone a cui piace spiegare il mondo e vedere le cose ben distinte in bianco e nero lasciate pure perdere il postmodernismo. Pynchon, come DeLillo dopo di lui e molti altri, è uno scrittore che non regala nulla, a cui piace alludere e disilludere, disegnando meravigliosi arabeschi di personaggi, storie e vite.
Alla fine non possiamo che sederci per terra incantati a guardare i fili che si intrecciano e che danno vita al disegno. Ogni parte dell’arazzo è un piccolo capolavoro compiuto ma arrivare a penetrare il senso profondo di tutto il disegno è impossibile. Meglio lasciare che gli occhi rimangano stregati dalla sua bellezza nascosta.
Tags: libri, postmodernismo, Pynchon
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